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FIDEIUSSIONE BANCARIA STOP CASSAZIONE

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FIDEIUSSIONE BANCARIA, ALTRO STOP DELLA CASSAZIONE
COMMENTI A CALDO ALLA NUOVA SENTENZA DELLA CASSAZIONE 13846 DEL 22/05/19

avv. Leonardo Andriulo - esperto in questioni di diritto bancario

avvocato Leonardo Andriulo – esperto in materia di diritto bancario

Con la sentenza nr. 13846/19 il Giudici Supremi sono tornati sull’argomento della invalidità” delle Fideiussioni Bancarie; la Cassazione di fatto ne ha dichiarato uno stop.

Con detta sentenza, praticamente, il tema delle fideiussioni bancarie omnibus redatte sulla base dello schema predisposto nel 2003 dall’ABI ha trovato nuova linfa. Ne avevamo già parlato qui: nullità della fideiussione bancaria omnibus 

Detti schemi di fideiussione bancaria sono stati già oggetto del provvedimento della Banca d’Italia del 2 maggio 2005. Riassumendo brevemente la Banca d’Italia aveva statuito che “gli articoli 2, 6 e 8 dello schema contrattuale predisposto dall’ABI per la fideiussione a garanzia di operazioni bancarie (fideiussione omnibus) contengono disposizioni che, nella misura in cui vengono applicate, in modo uniforme, sono in contrasto con l’art. 2, comma, 2, lettera a), della legge n. 287/90”.


A chi si rivolge questa sentenza?

 Gli effetti di detta statuizione hanno interessato, ed interessano, una vasta platea di fideiussori che hanno sottoscritto i contratti di fideiussione bancaria negli anni passati. Questo perchè moltissimi istituti di credito hanno utilizzato lo schema ABI.

Moltissime le richieste di tutela giudiziaria. Nello specifico, non solo si chiede l’intervento del Tribunale di turno per la declaratoria di invalidità delle clausole. Ma più in generale si avanzano richieste di nullità dell’intero contratto di fideiussione bancaria.

Il principio di diritto fondante:

La sentenza in commento, quindi, cassa con rinvio una sentenza della Corte d’Appello di Brescia, enunciando il seguente principio di diritto:

in tema di accertamento dell’esistenza di intese restrittive della concorrenza vietate dall’art. 2 I. n. 287/1990, con particolare riguardo a clausole relative a contratti di fideiussione da parte delle banche, il provvedimento adottato dalla Banca d’Italia prima della modifica di cui all’art. 19, comma 11, I. n. 262/2005, possiede, al pari di quelli emessi dall’Autorità Garante per la Concorrenza, una elevata attitudine a provare la condotta anti-concorrenziale, indipendentemente dalle misure sanzionatorie che siano pronunciate, e il giudice del merito è tenuto, per un verso, ad apprezzarne il contenuto complessivo, senza poter limitare il suo esame a parti isolate di esso, e, per altro verso, a valutare se le disposizioni convenute contrattualmente coincidano con le condizioni oggetto dell’intesa restrittiva, non potendo attribuire rilievo decisivo all’attuazione, o non attuazione, della prescrizione contenuta nel provvedimento amministrativo con cui è stato imposto all’ABI di estromettere le clausole vietate dallo schema contrattuale diffuso presso il sistema bancario”.

Cosa non ha detto la Cassazione?

Ciò posto, si evidenzia come anzitutto la Cassazione premette che oggetto della decisione di merito impugnata non è la questione della legittimità delle disposizioni contrattuali (artt. 2, 6 e 8 dello schema ABI) asseritamente nulle (cfr. sentenza, pag. 5). Il che di per sé già significa che neanche la sentenza della Cassazione riguarda (direttamente) quelle disposizioni, che infatti neppure vengono esaminate dalla pronuncia.

Una sentenza che guarda solo alla fase processuale?

Alla domanda possiamo rispondere positivamente. Infatti, a ben vedere, la sentenza ha un contenuto in gran parte di natura processuale. In essa si evidenzia, in particolare, la rilevanza probatoria (non) attribuita dal giudice del merito al provvedimento della Banca d’Italia del 2 maggio 2005. Molta cura, quindi, dovrà dedicarsi alle prove in tali questioni.

Il provvedimento della Banca d’Italia sulle fideiussioni bancarie omnibus con lo stop della Cassazione, come anticipato, aveva statuito che:

gli articoli 2, 6 e 8 dello schema contrattuale predisposto dall’ABI per la fideiussione a garanzia di operazioni bancarie (fideiussione omnibus) contengono disposizioni che, nella misura in cui vengono applicate, in modo uniforme, sono in contrasto con l’art. 2, comma, 2, lettera a), della legge n. 287/90”.

Dove ha sbagliato il giudice di prime cure?

Nella sostanza la Cassazione ha ritenuto errata la decisione di merito nella parte in cui non ha dato rilevanza (probatoria, in merito all’esistenza di un’intesa a monte illecita) a tale provvedimento della Banca d’Italia.

nota di rilievo:

Analizzando il testo della sentenza, infatti, si legge che secondo la Cassazione

è irrilevante il fatto, valorizzato dal giudice del merito per escluderne la rilevanza probatoria, che il provvedimento della Banca d’Italia non avesse un contenuto sanzionatorio o non contenesse diffide.

Sempre la Cassazione sottolinea che tale provvedimento in ogni caso prescriveva all’ABI di emendare le proprie circolari. Ciò che conta è che tale provvedimento avesse un contenuto accertativo. Contenuto che il giudice del merito ha mancato di esaminare, in tal modo, secondo la Cassazione, incorrendo in errore; Tuttavia si fa rilevare che la Cassazione non si esprime sulla questione. Non dice, cioè,  se il provvedimento della Banca d’Italia abbia accertato o meno l’intesa illecita. Essa precisa espressamente che il giudice del merito avrebbe dovuto verificare

se il provvedimento avesse mancato di prendere posizione sull’esistenza dell’intesa restrittiva e, quindi, sulla diffusione, presso gli istituti di credito, dei testi negoziali comprendenti le citate clausole” (cfr. sentenza, pag. 11).

nota di rilievo:

La Cassazione ha cassato la sentenza di merito. Lo si legge nella parte in cui questa ha dato rilevanza alla mancata prova da parte del fideiussore della diffusione da parte dell’ABI del testo del contratto di fideiussione contenente le clausole in questione. I Giudici hanno poi chiarito nella sentenza 18436/2019 che ciò che andava accertata il seguente elemento:

la coincidenza delle convenute condizioni contrattuali (…) col testo di uno schema contrattuale che potesse ritenersi espressivo della vietata intesa restrittiva” (a prescindere dalla diffusione o meno dello schema da parte dell’ABI).

Sostanzialmente la Cassazione ribadisce poi il principio generale per cui “compete all’attore che deduca un’intesa restrittiva provare il carattere uniforme della clausola che si assume essere oggetto dell’intesa stessa”.

Le questioni di fondo.

Alla luce di quanto precede, pare che restino impregiudicate le questioni già dibattute in particolare nella giurisprudenza di merito, e in particolare le seguenti:

a) prova dell’intesa illecita (pur desumibile, secondo la Cassazione, dal provvedimento della Banca d’Italia. Tuttavia le originarie indicazioni dell’ABI (testo del 2003) erano state concordate con le associazioni dei consumatori. La Cassazione ha richiamato il proprio precedente n. 3640 del 2009, nel quale si è precisato che è vero che i provvedimenti dell’Autorità Garante della Concorrenza (così come nella specie il provvedimento della Banca d’Italia) rappresentano una prova privilegiata in relazione alla sussistenza del comportamento accertato;

In evidenza:

La Cassazione puntualizza che “ciò non esclude la possibilità che le parti offrano prove” anche “contrarie” a tale “accertamento”; si tratta, in altre parole, di una “attitudine astratta” del provvedimento sotto il profilo probatorio.

b) (allegazione e) prova dell’applicazione uniforme (e non occasionale) delle clausole asseritamente nulle;

c) eventuale nullità, parziale o totale, della fideiussione. A questo riguardo peraltro non sembra significativo quanto si legge a pagina 6 della sentenza. La Cassazione ha respinto l’eccezione di difetto di interesse ad agire formulata dalla banca (sotto il profilo per cui la fideiussione manterrebbe comunque la sua validità generale in forza del principio di conservazione del contratto).

Infatti la Cassazione ricorda che “l’interesse ad agire va valutato alla stregua della prospettazione operata dalla parte, e non lo si può negare sul presupposto che le conseguenze da trarsi dai fatti allegati siano diverse da quelle sostenute dall’attore, attenendo ciò alla fondatezza nel merito della domanda”.

La Cassazione, quindi, non entra nel merito neanche della questione se l’eventuale violazione della normativa antitrust del contratto a valle comporti la nullità totale di quest’ultimo ovvero solo delle singole clausole in ipotesi nulle.

Sentenza collegata di interesse

Si segnala sull’argomento la sentenza della Suprema Corte del 12 Dicembre 2017, n. 29810, in www.dirittobancario.it , la quale aveva affermato il seguente principio di diritto:

in tema di accertamento dell’esistenza di intese anticoncorrenziali vietate dalla L. n. 287 del 1990, art. 2, la stipulazione “a valle” di contratti o negozi che costituiscano l’applicazione di quelle intese illecite concluse “a monte” (nella specie: relative alle norme bancarie uniformi ABI in materia di contratti di fideiussione, in quanto contenenti clausole contrarie a norme imperative) comprendono anche i contratti stipulati anteriormente all’accertamento dell’intesa da parte dell’Autorità indipendente preposta alla regolazione o al controllo di quel mercato (nella specie, per quello bancario, la Banca d’Italia, con le funzioni di Autorità garante della concorrenza tra istituti creditizi, ai sensi della L. n. 287 del 1990, artt. 14 e 20, (in vigore fino al trasferimento dei poteri all’AGCM, con la L. n. 262 del 2005, a far data dal 12 gennaio 2016)) a condizione che quell’intesa sia stata posta in essere materialmente prima del negozio denunciato come nullo, considerato anche che rientrano sotto quella disciplina anticoncorrenziale tutte le vicende successive del rapporto che costituiscano la realizzazione di profili di distorsione della concorrenza”.

Il provvedimento della Banca d’Italia è consultabile al seguente linkhttps://www.bancaditalia.it/compiti/vigilanza/avvisi-pub/tutela-concorre…

 

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Taeg e interessi usurari

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Cos’è il TAEG e prestiti a tassi usurari.

avv. Leonardo Andriulo - esperto in questioni di diritto bancario

avvocato Leonardo Andriulo – esperto in materia di diritto bancario

Sempre più i nostri clienti chiedono chiarimenti ed informazioni su cosa sia il taeg e quali sono le ipotesi di tassi urusari. Infatti, le domande, simili tra loro che ci vengono poste sono: avvocato … “ma  non starò pagando troppi interessi”? Oppure, avvocato … ” ma il contratto che ho sottoscritto è affetto da usura bancaria”?

Detto tra noi nei prestiti personali al consumo o mutui, molte volte firmati senza preventiva analisi quasi alla cieca, purtroppo, alla lunga producono il forte sospetto che stia restituendo più del  dovuto. Poco o nulla, poi, in sede di stipula di informazioni sul taeg e tassi urusari.

Le sigle nei contratti bancari, effettivamente, non aiutano. E’ appunto il caso del tasso annuo effettivo globale, appunto, meglio conosciuto come TAEG. Non tutti sanno effettivamente quali sono gli effetti di detto tasso in ordine alla validità del contratto di prestito personale o mutuo sottoscritto.

AVVERTENZA

 Vista la complessità dell’argomento cercheremo sinteticamente di  focalizzare alcuni punti  commentando una sentenza emessa di recente. Anticipiamo che NON sarà possibile affrontare l’argomento in maniera totalmente satisfattiva per tutti i casi. Ogni prestito o mutuo ha le sue informazioni sul taeg e ipotesi di tassi urusari. Non abbiamo la ricetta pronta per tutti. Come al solito, comunque, rimaniamo a disposizione per ogni ed ulteriore chiarimento. Potete contattarci ai riferimenti sotto indicati.


Ma che cos’è il Tasso annuo effettivo globale – definizione di TAEG?

Per prima cosa bisogna chiarire una volta e per sempre in che cosa consiste questo acronimo TAEG, non da un punto di vista letterale, ma materiale. La misura del TAEG, acronimo come detto di tasso annuo effettivo globale, in una qualsiasi operazione bancaria è

“l’interesse promesso in pagamento dal mutuatario”

(ovvero da chi riceve i soldi)

Ricevendo una somma di danaro si pagherà un interesse. Il valore di questo interesse è indicato, appunto, dal TAEG. Suggeriamo che è buona norma quando si sottoscrive un contratto bancario  far cadere l’occhio non sulla rata, ma SULL’INTERESSE che si andrà a pagare, ovvero sul TAEG per cercare di capire se ci sono interessi usurari.


Ma cosa produce un TEAG non regolare ?

Come detto è una questione che assorbe con estrema e rinnovata frequenza gran parte dei contenuti del contenzioso bancario degli ultimi tempi. Sempre più frequenti sono, infatti, i casi giudiziari in cui viene si solleva l’usurarietà pattizia del costo complessivo. Questo costo è  quindi espresso in TAEG. Non a caso sul tema si è pronunciata altresì più volte la Cassazione, in particolare con riguardo ai rapporti di mutuo. 

GLI EFFETTI DEL TAEG SUL CONTRATTO?

“La misura del costo effettivo alla stipula, operata attraverso il calcolo del TAEG, sempre sulla base degli elementi di costo desumibili dal contratto, assurge dunque a fattore dirimente per decidere se un rapporto di mutuo, stipulato tra banca e cliente, debba ritenersi o meno “usurario” ex legge 108/96, anche ai fini della non debenza degli interessi ex secondo comma dell’art. 1815 cc.”

In altre parole, può capitare che, a secondo dei casi, il riscontro di errate applicazioni del TAEG produca la reale possibilità che

gli interessi ancora da pagarsi NON siano da pagare e/o quelli pagati in eccesso, POTREBBERO ESSERE detratti dalla sorte capitale residua. 


Usura bancaria sì o no: TAEG e principio della trasparenza bancaria. Analisi di un caso risolto!

Come detto in questo articolo volevamo analizzare una sentenza di sicuro interesse in materia di TAEG.

La problematica portata all’attenzione del giudice di Cassino, sentenza del 04 Marzo 2019, non riguarda a ben vedere, solo e semplicemente la verifica della c.d. “usura contrattuale” ma anche quella del rispetto delle norme in materia di trasparenza bancaria.

 Segnatamente con riguardo alle prescrizioni di cui all’art. 116 del D.lgs n.385/93 T.u.b. e della correlata sanzione di ricalcolo degli interessi.

L’interrogativo circa la verifica che è tenuto ad effettuare il CTU, figura dalle profonde conoscenze tecnico-contabili e di grande rilievo nell’alveo delle cause intentate dai risparmiatori alle proprie banche. Tutto ciò trova dunque la sua logica nell’attività di rideterminazione dell’esatto dare e avere tra la parti in tutti i casi in cui si renda necessaria l’indagine circa l’usurarietà dei tassi applicati nei contratti di mutuo.

Questi, stando alla sentenza in oggetto, è tenuto a imputare ogni pagamento a qualsiasi titolo effettuato, ad eccezione delle sole imposte e tasse, alle sole quote capitali.


Cosa ha disposto il Giudice?

 Il giudice di Cassino fa di più, e dichiara che, in caso di accertata discrasia tra il TAEG indicato in contratto e quello effettivo, il CTU dovrà

“rideterminare ex novo il piano di ammortamento; applicando come tasso d’interesse quello sostitutivo previsto dalle Istruzioni sulla Trasparenza e dall’art.117 TUB in luogo di quello convenzionale”.

Conclusioni:

Da tutto quanto premesso, dedotto e considerato le conclusioni che si possono trarre sono le seguenti:

ai fini della verifica dell’usura nei contratti di mutuo è sufficiente tenere conto del costo complessivo promesso in pagamento nelle ipotesi di risoluzione anticipata e/o di estinzione anticipata. Nel caso in cui da tale indagine dovesse desumersi la presenza di usura, il contratto di mutuo, come da consolidata e radicata giurisprudenza di merito, deve intendersi a titolo gratuito.

Alla luce dell’importanza che assume eseguire calcoli minuziosi per tutelare al meglio i Suoi clienti  suggeriamo di utilizzare validi professionisti in possesso delle dovute conoscenze contabili e legali.

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Rimborso degli interessi anatocistici – Tribunale di Parma – Sentenza nr. 362/19

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La banca condannata a restituire gli interessi.

La giurisprudenza di merito e di legittimità, come ben noto, è nutrita da tutta una serie di decisioni che condannano l’atteggiamento delle banche nei casi di anatocismo.

L’atteggiamento degli istituti di credito, fino a qualche tempo fa infatti, era disarmante. Totalmente teso a guadagnare dai rapporti con i correntisti più di quanto sia giusto. Proprio attraverso l’applicazione di anatocismo (interessi su interessi) e commissioni di massimo scoperto (o CMS). Eppure esistono ancora episodi che fanno emergere il perseverare del fenomeno. Casi non isolati ma, tuttavia,  prontamente stroncati e contrastati dalla legge.
Invitiamo il lettore a farse sempre assistere da professionisti della materia. Il contenzioso bancario è materia sempre in evoluzione. La parte giuridica, così come la parte econometrica, richiedono una profonda esperienza. Questo al fine di poter contrastare le prassi illegittime dell’istituto di credito di turno.

Quanto segue è cosa è accaduto di preciso nel caso risolto dal giudice di primo grado.


Analisi di un caso pro-correntista.

Ecco come sono andati i fatti di causa. Ribadiamo che il giudizio ha portato ad una decisione favorevole al cliente. Con atto di citazione una società conveniva in giudizio la sua BANCA. Causa avviata per sentirsi accogliere la nullità e l’inefficacia nelle condizioni generali di contratto. In particolare nella parte in cui era prevista la capitalizzazione trimestrale degli interessi legali applicati nell’intero rapporto di conto corrente. Allo scopo, la stessa chiedeva la condanna della banca alla restituzione delle somme illegittimamente addebitate e/o riscosse. Il tutto per un importo pari ad euro 163.172,92 oltre spese e compensi di legge.

“In punto di diritto suddetta domanda trovava causa nella violazione da parte della banca del divieto di corrispondere interessi anatocistici e nella nullità delle commissioni di massimo scoperto”.

In cosa consiste la capitalizzazione trimestrale?

Ricordiamo che gli interessi anatocistici sono quegli interessi calcolati su altri interessi. Le banche a chiusura del periodo (trimestre) addebitano gli interessi passivi in conto. A loro volta, detti interessi, diventano capitale su cui verranno calcolati i nuovi interessi passivi al successivo trimestre. Tutto ciò è vietato!. 


La difesa della banca – eccezioni inesistenti.

La banca convenuta contestava il tutto formulando diverse eccezioni sia in termini di decadenza e prescrizione che di diritto. E’ solito in questi processi, infatti, l’atteggiamento negazionistico degli istituti di credito. Capita alle volte che ci sia una attività di ostacolo nel non fornire tutta la documentazione al fine di ricostruire i movimenti di conto corrente. E’ bene precisare che si ha diritto a ricevere, dietro pagamento di spese amministrative, la copia di tutti gli estratti conto e lo scalare di ogni singolo periodo. Tale documentazione, normalmente, viene fornita dietro semplice istanza. Alcune volte, capita, di dover ingiungere all’istituto di credito mediante provvedimento giudiziario l’obbligo di fornire la documentazione.


Le solide basi su cui regge la decisione

Il giudicante in via preliminare considerava che andasse rigettata l’eccezione proposta da parte convenuta deducendo che in ogni caso l’istituto di credito è sempre responsabile della commissione di massimo scoperto secondo il condivisibile orientamento giurisprudenziale citato dalla difesa di parte attrice.
Nel merito venivano richiamate e avallate le argomentazioni difensive di parte attrice circa l’esaustività della documentazione riportata in atti dalla quale si evidenziava con assoluta chiarezza la mancata indicazione nel rapporto in essere con la banca sia di interessi legali che della CMS. In effetti, quest’ultima non riusciva a dimostrare nel corso del giudizio di aver pattuito dette condizioni economiche rendendone edotto il proprio cliente.


Cosa ha deciso il giudice.

In accoglimento della domanda proposta la banca veniva dunque condannata al pagamento della somma di ben 201.844,33 euro, importo questo che emergeva dalle risultanze e della CTU in atti autorizzata; oltre a spese di giudizio che il giudice liquidava nella complessiva somma di 16.786,00 euro.

 Le recenti statistiche del contenzioso civile in ambito bancario e finanziario dimostrano quanto sia utile una metodologia scientifica per la valutazione dell’an e del quantum degli illeciti bancari. In questo senso, le potenzialità di validi professionisti una condizione sine qua non al fine di analizzare i contratti sottoscritti e valutare la condotta della banca.

 

fonti dell’articolo: Scudo Illeciti bancari S.P.A.  e Giuffrè Editore – banche dati


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CTU IN MATERIA BANCARIA – IL GIUDICE E’ TENUTO A DISPORLA

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L’argomento del seguente post prende le mosse da un recente provvedimento della Corte di Cassazione, di particolare interesse in materia di Diritto Bancario. Gli Ermellini hanno ribadito un principio fondamentale circa l’obbligatorietà della ctu tecnica in caso di contenzioso con la banca.

I Giudici del palazzaccio, infatti, sono tornati con l’ordinanza n. 3717 dell’ 08 Febbraio 2019, ancora una volta a pronunciarsi “sull’obbligo, gravante sui giudici di merito, di disporre consulenza tecnica di ufficio  quando i fatti da accertare necessitano di specifiche conoscenze tecniche. 

 Questo breve articolo vuole essere un breve cenno su quelli che sono i diritti del correntista (o del risparmiatore) in sede processuale in tutti quei processi che vedono la trattazione di questioni in materia, in particolare di anatocismo e/o usura bancaria o comunque in tutte quelle controversie aventi come controparte un istituto di credito.


Obbligatorio il CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio).

Quanto oggetto di trattazione non è nuovo al panorama giurisprudenziale nazionale. Il giudice già in molti settori non è di per sé in grado di valutare da solo l’an (cioè se una cosa è dovuta) ed il quantum (cioè in che misura quella cosa è dovuta). Nel settore bancario, questa comprensibile difficoltà si rende ancora più gravosa, per via della natura strettamente tecnica della materia bancaria.

Questa rende più complesso l’accertamento dei fatti da parte del giudicante. Di conseguenza quest’ultimo, quando correntisti e risparmiatori, portano alla sua attenzione abusi subiti dalle loro banche, è tenuto a considerare la CTU come un indispensabile supporto probatorio, irrinunciabile in sede giudiziale. 

 Il principio di cui discutiamo come detto non è certo nuovo, ma poggia piuttosto su un corollario di altre sentenze della Cassazione. In particolare Cass. n. 2761/2015; Cass. n. 6155/2009; Cass. S.U. n. 30175/2011 che avevano già ampiamente suffragato il valore della CTU nell’ambito delle cause che vertono in materia di diritto bancario.

Ma c’è di più: non solo la CTU deve essere disposta senza riserve, ma è da intendere oltretutto come indispensabile supporto probatorio anche nei casi in cui la parte, per qualsiasi ragione oggettiva o soggettiva, non abbia adempiuto in pieno al proprio onere probatorio

 In conclusione, all’ordinanza della Corte di Cassazione n. 3717 del 2019 il merito di aver rivendicato il reale valore della CTU, la quale, almeno nell’ambito delle vertenze sollevate in vista di un potenziale illecito bancario, non ha natura meramente esplorativa, ma probatoria.


Se il Giudice NON AMMETTE la CTU.

Il giudice che rigetta la richiesta C.T.U. disattende l’indirizzo della Suprema Corte con la conseguenza che la sua decisione è di per sé impugnabile per motivazione apparente.

Giova precisare però che l’acclarata natura probatoria della CTU nelle vertenze bancarie non solleva naturalmente il correntista dal suo onere, che è quello di provare i fatti di causa che lo hanno condotto ad adire le vie legali.

 È chiaro che alla base delle sue rimostranze lo stesso debba comprovare l’avvenuta apertura di conto corrente o i danni subiti. Il Giudice, stante le sue competenze magistrali ma non strettamente contabili/bancarie, non può e non deve omettere il supporto in giudizio di un intervento esperto (contabili ed esperti in diritto bancario). Per questo motivo è importante, anzi, obbligatoria la ctu tecnica in caso di contenzioso con la banca

 In ultima analisi, la CTU in materia Bancaria non solleva il correntista dall’onere probatorio nell’azione di accertamento; ma funge da irrinunciabile ed insindacabile strumento di supporto. Uno strumento questo che il giudice non può e non deve neutralizzare.

 Ancora una volta questa sentenza avvalora il diritto da parte dei consumatori/clienti di ricevere dai propri istituti di credito copia integrale del contratto; delle condizioni generali, delle polizze assicurative e della documentazione contabile.
Un diritto tutelato ex lege e previsto dall’art. 119 del testo unico bancario inviolabile, da tutelare con tutti gli strumenti possibili.

Scarica la sentenza

Fonti usate :

Illeciti Scudi Bancari S.p.a. – Banche dati Giuffrè


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Iscrizione Centrale Rischi Banca d’Italia. Il Punto!

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Abstract: iscrizione presso la centrale rischi gestita dalla Banca d’Italia? Ecco le soluzioni.


avvocato andriulo leonardo

Avv. Leonardo Andriulo

  La credibilità di una persona o di una azienda passa, oggi più di ieri, dalla solidità economica e finanziaria e dalla sua credibilità creditizia.

Ultimamente capita sempre più spesso, dati i tempi di crisi, di assistere clienti che per i motivi più disparati perdono la loro “onorabilità” e risultano essere agli occhi del sistema creditizio dei mal pagatori. Perché?

Semplicemente perché il loro nominativo è stato iscritto nella banca dati – centrali rischi – gestita presso la Banca d’italia.

Come al solito, senza voler tediare con richiami di leggi e articoli che appesantiscono la lettura già solo nell’elencazione, evidenzierò alcuni errori fatti dalle Banche e su come poter uscire da questa spirale di negatività, che alle volte mette in ginocchio anche chi mal pagatore non è.

   Prenderò spunto da un caso, da ultimo trattato, che vede una impresa nel settore dei trasporti che si ritrova iscritta presso la centrale rischi della Banca d’Italia, nonostante stia mantenendo fede ad un piano di rientro concordato con una società di factoring.

Mi preme chiarire che la casistica è varia, specie se si fa la differenza tra debitore consumatore e professionista. Mi limiterò ad analizzare un caso di debiti contratti per fini  aziendali con segnalazione a sofferenza. Il debito era sui 25.000,00 euro.

L’ipotesi è quindi quella dell’esistenza di un prodotto finanziario “momentaneamente non onorato” che a seguito di diversi solleciti ricevuti da parte del creditore (Istituto finanziario e/o società di recupero crediti), si è concluso in una segnalazione a sofferenza nella centrale rischi. Le conseguenze, neanche a dirlo, sono state catastrofiche. Revoca dei fidi, ritiro del blocchetto degli assegni, blocco delle carte di credito.

E’ noto, infatti, che tutti gli operatori creditizi attingono informazioni, direi quasi in tempo reale, sulle segnalazioni a rischio dei propri clienti. Tale banca dati rappresenta un campanello di allarme che permette di correre subito ai ripari in caso di esposizioni o sovraesposizioni.

 


Quando c’è il rischio che il proprio nominativo finisca nella centrale rischi per i crediti a sofferenza?

La segnalazione a sofferenza alla Centrale Rischi gestita dalla Banca d’Italia, il cui servizio è disciplinato dalla delibera CICR del 29 Marzo 1994 (assunta ai sensi degli artt. 53 comma 1 lettera b, 67 comma 1 lettera b e 107 comma 2 del D. Lgs 385/1993), deve avvenire esclusivamente

nei confronti di soggetti in stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dall’azienda” (così Circolare Banca d’Italia nr. 139/1991, punto 1.5 all. 13);“"

Cosa deve mandare l’istituto di credito o altro creditore prima di fare la segnalazione?


Prima di procedere alla iscrizione del nominativo del cliente “mal pagatore” secondo i dettami previsti dall’art.4, comma 7 modalità raccolta e registrazione dei dati 

E’ obbligatorio, in caso di comunicazione di credito a sofferenza (inferiore a 30.000,00 euro) una preventiva missiva con la quale si indica SPECIFICATAMENTE il tempo entro il quale si provvederà a effettuare la segnalazione”

ATTENZIONE!!!!

In assenza di questa preventiva comunicazione la segnalazione è illegittima. 

non costituisce vero e proprio preavviso la comunicazione inviata dalla banca circa l’imminente segnalazione in Centrale dei Rischi, quando essa rivesta carattere generale ed astratto. Come chiarisce l’art. 4 comma 7 del Codice di autodisciplina degli intermediari, detta comunicazione deve esse specifica e puntuale in modo da consentire al cliente, in relazione a uno specifico adempimento, di evitarsi conseguenze pregiudizievoli attraverso il tempestivo pagamento del debito

Il più delle volte le formule usate sono molto generiche e di questo tenore “ … nonché a valutare la segnalazione, nel rispetto delle norme e regolamenti vigenti del Vs. nominativo a sofferenza nella Centrale dei Rischi tenuta da Banca d’Italia”.

E’ di tutta evidenza che nel caso di specie la comunicazione non è specifica e puntuale PERTANTO LA SEGNALAZIONE PRESSO LA CENTRALE RISCHI DELLA BANCA D’ITALIA ANCHE IN QUESTO CASO E’ ILLEGITTIMA!

 

La preventiva analisi sullo stato di insolvenza del debitore


 

 Altro obbligo non rispettato dagli Istituti di Credito molto spesso consiste NELLA PREVENTIVA valutazione finanziaria dei loro clienti. Spesso il semplice fatto che non vengono pagate le rate, viene inteso come stato di insolvenza.  Da qui scatta la segnalazione a sofferenza.

 Mi è capitato di riscontrare che nella maggior parte dei casi la segnalazione a sofferenza viene inoltrata verosimilmente senza avere effettuato alcuna valutazione (né giudiziale, tantomeno fattuale) della complessiva situazione finanziaria dei clienti morosi;

Verifica, per inciso che deve accertare, se non per via giudiziale come vuole la norma, ELEMENTI TALI DA FAR FONDAMENTALMENTE DESUMERE LA SUSSISTENZA DELLO STATO DI INSOLVENZA, come prevede testualmente la Circolare della Banca d’Italia nr. 139 del 11/02/1991 art. 1.5

“… non può scaturire automaticamente da un mero ritardo di quest’ultimo nel pagamento del debito. La contestazione del credito non è di per sé condizione sufficiente per l’appostazione a sofferenza”.

La soluzione la fornisce la Cassazione


 

Richiamando la giurisprudenza del Supremo Collegio si ritiene che la maggior parte dei casi possa essere risolta con la seguente massima

“La segnalazione di una posizione in sofferenza non può scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento, ma deve essere determinata dal riscontro di una situazione patrimoniale deficitaria, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente, con la condizione d’insolvenza” così Cass. Civile Sez. I, sentenza nr. 15609/2014, precedente conforme Cass. Civile, Sez. I sentenza nr. 7958/2009.

Gli strumenti da azionare in questi casi sono un ricorso d’urgenza presso il Tribunale dove ha sede l’azienda e, successivamente, una azione di risarcimento danni in caso di accoglimento del primo procedimento.

 

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