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Guida sotto l’effetto di droghe. Cosa sapere?

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La guida sotto l’effetto di droghe (sostanze stupefacenti o psicotrope) ha diversi risvolti di natura legale, sia amministrativa che penale.

Mettersi  alla guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti (cocaina, eroina, marijuana …) o di super alcolici, si potrebbe trasformare in una odissea. Un percorso ad ostacoli che ha diversi finali in base alle attività difensive che si attuano.

In questa breve guida esporremo, senza presunzione di totalità e da non intendersi quale consulenza on line, quelle che sono le informazioni più importanti da conoscere in caso di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e le eventuali attività legali a difesa dei propri diritti

Prima di procedere oltre, nel rispetto della vita di ognuno di noi, invitiamo a desistere dal mettersi alla guida del veicolo se non si è sobri e lucidi. La vita è una ed unica per tutti, rispettiamola. 


Cosa prevede l’art. 187 c.d.s. 

Guida sotto l'effetto di droghe. Cosa sapere?

Una notte brava può costare la petente

Rimanere senza la patente e con la macchina sotto sequestro, con il rischio che sia confiscata, sicuramente è un gran grattacapo.

Per non parlare della evidente limitazione di “libertà di circolazione” che indubbiamente investe la propria vita privata che il proprio lavoro.
Con il termine “guida” in stato di alterazione psico-fisica, si vuole intendere, utilizzando un linguaggio comune, l’ipotesi in cui chi è alla guida di un veicolo si trovi in uno stato non lucido. 

L’articolo che segue, quindi, non può e non deve essere applicato al conducente in stato “alterato” che si trovi presso un’area di sosta a veicolo fermo e venga controllato il suo stato dalle forze dell’ordine.

  Chiunque guida in stato di alterazione psico-fisica dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope è punito  con  l’ammenda  da euro 1.500 a euro 6.000 e l’arresto da sei mesi ad un anno. All’accertamento  del  reato  consegue in ogni caso la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a due anni.

Cosa succede in caso di  recidiva?

E’ doveroso sapere che, tanto in caso di guida sotto l’effetto alcol che di droghe, la patente di guida viene sempre revocata nel momento in cui l’ipotesi di reato venga reiterata nel corso di due anni.


Gli accertamenti, (un controllo in loco, eventualmente si va in ospedale)

Guida sotto l’effetto di droghe e ritiro patente

Gli agenti della Polizia Stradale o i Carabinieri, nel rispetto della riservatezza personale e senza pregiudizio per l’integrità fisica, possono sottoporre il conducente ad accertamenti clinico-tossicologici e strumentali, ovvero analitici su campioni di mucosa del cavo orale o di fluido del cavo orale, secondo modalità specificamente previste, prelevati a cura del personale sanitario ausiliario delle forze di polizia in loco.

Che succede se non c’è l’autoambulanza?

Qualora non sia possibile effettuare il prelievo a cura del detto personale ovvero qualora il conducente rifiuti di sottoporsi a tale prelievo, gli agenti di polizia stradale, sempre senza costrizione, accompagnano il conducente presso strutture sanitarie fisse o mobili afferenti alla polizia stradale, ovvero presso strutture sanitarie pubbliche o presso quelle accreditate o comunque a tali fini equiparate. 

guida sotto l’effetto di cocaina e ritiro patente

Il conducente, senza l’uso della forza quindi, verrà accompagnato presso la struttura ospedaliera più vicina per essere sottoposto al controllo delle proprie urine o prelievo del sangue. 

A cosa bisogna stare attenti?

Nel verbale redatto dall’organo accertatore, tanto nei casi di controllo avvenuto, quanto nei casi in cui deve essere comunicato il rifiuto di sottoporvisi, è obbligatorio in ogni  caso, indicare le circostanze sintomatiche dello stato di instabilità  (“stato del soggetto e condotta di guida“, ex art. 379 cit. comma 3).

Il conducente può opporsi al test qualitativo non invasivo, quello in loco per intenderci, al fine di acclarare lo stato di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti “qualora non vi siano elementi fattuali che facciano sospettare il suo stato di alterazione psicofisica”. Così ha disposto la quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione del 14 marzo 2017, n. 12197.

Ben intesto, che il conducente può, quindi, sempre rifiutasi. Tale rifiuto di sottoporsi agli accertamenti appena elencati, integra la contravvenzione di cui al comma 8, la quale può essere applicata solo se gli operatori di polizia si siano attenuti alle prescrizioni di legge sopra evidenziate.

 

Salvo che il fatto costituisca reato, in caso di rifiuto dell?accertamento di cui ai commi 2, 2 bis, 3 o 4, il conducente è soggetto alle sanzioni di cui all’articolo 186, comma 7. Con l’ordinanza con la quale è disposta la sospensione della patente, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica ai sensi dell’articolo 119.


E’ bene sapere che, salvo i casi  di inesistenza di elementi fattuali come sopra indicato, chi si rifiuta di sottoporsi ad accertamenti per assunzione di droghe, dovrà rispondere delle stesse sanzioni previste per coloro ai quali è stato riconosciuto lo stato di ebbrezza alla guida con tasso superiore a 1,5 g/l, ovvero:

 

 con l’ammenda da euro 1.500 a euro 6.000, l’arresto da sei mesi ad un anno, qualora  sia  stato  accertato  un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro g/l). All’accertamento del reato consegue in ogni caso la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida  da  uno a due anni. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente è raddoppiata. La patente di guida è sempre revocata, ai sensi  del  capo  II,  sezione  II,  del titolo VI,  in caso di recidiva nel biennio. Con la sentenza di condanna  ovvero  di applicazione della pena a richiesta delle parti, anche  se  e’ stata applicata la sospensione condizionale della pena, è  sempre  disposta  la  confisca  del veicolo con il quale è stato commesso  il  reato,  salvo che il veicolo stesso appartenga a persona estranea al reato. Ai fini del sequestro si applicano le disposizioni di cui all’art. 224 ter.  

A cosa bisogna stare attenti?

Il rifiuto, inoltre, comporta il sequestro immediato del veicolo, sempre eccetto che questo non appartenga a terzi.


Guida sotto l’effetto di droghe – eroina

In caso di esito positivo?
 Nel momento in cui, gli accertamenti in loco dovessero fornire esito positivo, o se vi sono motivi di credere che il conducente sia sotto effetto di particolari sostanze psicoptrope, le forze dell’ordine possono accompagnarlo presso una struttura sanitaria.
Qui verranno eseguiti i prelievi utili ed esami per valutare la presenza di sostanze stupefacenti nel sangue. Stessa procedura nel caso in cui dovesse verificarsi un incidente.
Una copia del referto verrà immediatamente trasmessa al prefetto del luogo di competenza, dalle stesse forze dell’ordine che hanno eseguito il controllo. Se l’esito non è subito disponibile, si procede al ritiro della patente sino al pubblicazione dell’esito, o per un periodo di dieci giorni.


Sanzioni amminstrative 

Come detto innanzi, qualora si guidi sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, verrà ritirata la patente e vi è la possibilità del sequestro amministrativo del veicolo, in attesa del provvedimento del GIP/Gup che ne dispone la eventuale confisca.

La patente verrà depositata presso l’ufficio da cui dipende l’organo che ha effettuato gli accertamenti. Per quanto riguarda le sanzioni, queste aumentano di 1/3 se vengono commesse tra le ore 22 e le ore 7. E’ prevista una decurtazione di 10 punti dalla patente, ma per i neopatentati (al di sotto dei tre anni dall’ottenimento della stessa) si tratta di 20 punti. 


Sanzioni penali

Gli agenti accertatori, faranno comunicazione all’Autorità Giudiziaria Penale. Sarà aperto un fascicolo presso la Procura della Repubblica di competenza. In seguito ad accertamento del reato, mediante un decreto penale di condanna, il GIP / GUP stabilisce l’applicazione della pena, detentiva e pecuniaria.

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Detto decreto, nei modi e nei termini di legge potrà essere impugnato. Relativamente alla sola pena pecuniaria sarà data la possibilità della sostituzione di quest’ultima con lavoro di pubblica utilità. Per detti lavori, verranno indicati, inoltre, gli Enti, i giorni e le ore della settimana durante i quali il reo dovrà prestare il lavoro socialmente utile. Viene ordinato al condannato di iniziare il lavoro, incaricando così l’Ufficio di pubblica sicurezza del luogo in cui sarà eseguita la pena, oppure al Comando dell’Arma dei Carabinieri competente, di verificare che il soggetto esegua quanto prescritto.

Attenzione! Per poter ottenere gli eventuali benefici previsti dallo svolgimento dei lavori di pubblica utilità, alcuni Prefetti consentono che venga restituita la patente di guida. Questo però solo una volta che sia stata scontata la metà del periodo di sospensione previsto. Ciò dopo aver presentato la prova di aver richiesto presso il Tribunale di poter svolgere i lavori di pubblica utilità. Cui si aggiunga la dichiarazione di disponibilità dell’ente scelto, il certificato della locale Commissione medica, che attesti che il soggetto sia idoneo alla guida. Per questa ragione il soggetto dovrà sottoporsi a specifica visita medica presso la Commissione indicata.

Mentre per quanto concerne la pena detentiva è possibile avvalersi dell’istituto della messa alla prova mediante un piano di recupero secondo le indicazioni dell’U.E.P.E. (Uffici locali per l’Esecuzione Penale Esterna sono uffici periferici del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità ). Ciò consentirà di annullare di fatto le pene accessorie come la confisca del veicolo.

Queste possibilità son di recente applicazione, per modifiche introdotte agli articoli del Codice della Strada. Vi è la possibilità di sostituire la pena detentiva e pecuniaria con i lavori socialmente utili. Misura resasi necessaria al fine di meglio recuperare chi si è posto alla guida del veicolo in stato di alterazione psico fisica. Il reo ha così la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità per la collettività. Lavori non retribuiti, da effettuare presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o gli enti.

Oppure possono essere svolti presso organizzazioni di supporto socio assistenziale, volontariato o centri di lotta alle dipendenze. Un giorno di lavoro di utilità pubblica, equivale ad un giorno di detenzione o 250 euro di pena pecuniaria.

Questa possibilità è quella scelta da coloro che non vogliono la sospensione condizionale della pena. Evitando anche il pagamento di grosse somme di denaro. Sopratutto è un modo per evitare il carcere.
Esistono, inoltre, anche altri benefici per coloro che scelgano di svolgere lavori di utilità pubblica. Un volta terminato il periodo di servizio presso l’ente, il Giudice ha la facoltà di estinguere il reato. Oppure può dimezzare il periodo di sospensione della patente. Non solo, può anche decidere di revocare il provvedimento di confisca del veicolo sequestrato. Si tratta in ogni caso di misure sostitutive che possono essere concesse una sola volta. Non vale, tutto ciò, per coloro che abbiano causato un incidente.


Siamo esperti della materia. Per ulteriori informazioni o urgenze in caso di controllo chiama il numero 392.91.68.449 (anche con whatsapp)

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Registrare una telefonata … si può?

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Abstract: E’ possibile registrare una telefonata?


avvocato andriulo leonardo

Avv. Leonardo Andriulo

    Spesso mi viene chiesto, specie nei casi di separazione oppure, in casi di natura penale, se è possibile registrare le conversazioni telefoniche. Il timore è quello di cadere dalla padella nella brace.

Comunemente si crede che registrare una telefonata all’insaputa dell’altro interlocutore sia “scorretto” e ci si esporrebbe ad una contro azione penale da parte del malcapitato di turno che venisse registrato.

Anticipo sin d’ora che a determinate condizioni è possibile registrare una telefonata e che la stessa registrazione potrà essere utilizzata come prova all’interno di un processo, tanto civile, quanto penale. Naturalmente, la registrazione deve essere “genuina”. Non deve essere successivamente manipolata per propri fini. Non è necessario il preventivo consenso, tra privati, di autorizzazione alcuna. 

Facciamo il punto su come stanno le cose ed in particolare come si è espressa la Suprema Corte di Cassazione in tema di registrazione delle telefonate.


telefono e registratore con cuffie retrò

La Cassazione e la possibilità concessa della registrazione telefonica

 Con la sentenza numero 47602/2017 del 17 ottobre, la Corte di cassazione è tornata sulla questione dell’utilizzabilità nel processo della registrazione di un colloquio telefonico. E’ importante evidenziare il principio che è stato ribadito

se la registrazione è fatta ad opera di uno dei partecipanti, la stessa è prova documentale di un fatto storicamente avvenuto che può entrare legittimamente nel procedimento a carico di un altro dei partecipanti.

Un principio già statuito dagli Emellini che consente a chiunque di provare fatti e circostanze che diversamente non si avrebbe modo di provare. La importanza di una tale prova, neanche a dirlo, è a dir poco dirompente. Immaginatevi la scena. Silenzio in aula, parte la registrazione e la controparte con le orecchie tese ad ascoltare. Il resto lo lascio alla vostra immaginazione. Il risultato scontato!!! 


Telefonata registrata: natura di prova documentale

Come accennavo all’inizio, questa prova dovrà superare un vaglio di autenticità. Essendo poi al pari di una “prova documentale” detta registrazione dovrà risultare genuina.

 Nel caso analizzato, i giudici del merito avevano effettivamente riscontrato, grazie ai Ris, l’attendibilità sul piano tecnico delle conversazioni e, precisando la loro utilizzabilità pur trattandosi di copie alla luce dell’assenza di qualsivoglia preclusione all’uso processuale di copie di documenti, le avevano quindi utilizzate per la loro decisione, trovando poi l’avallo della Corte di cassazione.


Limiti all’utilizzo della registrazione telefonica

La sentenza richiamata testimonia un orientamento maggioritario e consolidato nell’ordinamento giurisprudenziale italiano. La registrazione telefonica è divenuta ormai una prova indiscutibilmente legittima.

Da sottolineare la sussistenza di alcuni limiti, ricordati recentemente dalla Cassazione con la sentenza numero 5259/2017.

I Supremi Giudici hanno precisato che per poter utilizzare come fonte di prova la registrazione su nastro magnetico di una conversazione telefonica è necessario che colui contro il quale la registrazione è prodotta non contesti; che la conversazione sia realmente avvenuta; né che essa abbia avuto il tenore risultante dal nastro, che non si tratti di conversazione svoltasi tra soggetti estranei alla lite; che almeno una delle parti sia parte in causa.


 

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NON PAGA L’IVA PER € 1.175.384,00… ASSOLTO CON FORMULA PIENA.

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Avv. Leonardo Andriulo

Assoluzione dal reato ex art. 10 ter – D. Lgs. 10 Marzo 2000 nr. 74 per omesso versamento iva pari a € 1.175.384,00.

Lo scorso 12 gennaio 2017 il Tribunale di Brindisi, nella persona della dott.ssa Almiento, ha emesso una sentenza che sicuramente costituirà un precedente in casi simili. Il ragguardevole importo dell’imposta non versata, infatti, non passerà inosservato.

    Il Tribunale Pugliese di merito ha accolto la tesi difensiva dell’Avv. Leonardo Andriulo (in foto) – titolare dello studio legale ANP Legal (www.AnpLegal.Eu), sulla non imputabilità dell’imprenditore che si trovi in uno stato di difficoltà economica dettata dalla crisi del mercato. Il P.M. aveva chiesto, durante la requisitoria finale, la condanna ad un anno di reclusione.

    Con grande soddisfazione e “giustizia” è arrivata l’assoluzione dell’imputato con formula piena perché il fatto non costituisce reato ai sensi dell’art. 530 c.p.p..


La vicenda imprenditoriale.

     Una nota marca del settore di abbigliamento per bambini con sede in provincia di Brindisi, nell’anno 2012 ometteva di versare, alla scadenza stabilita per legge (27 dicembre 2012) l’ingente somma di 1.175.384,00 euro a titolo di imposta relativa all’esercizio 2011.

    Le ragioni di un debito così rilevante sono da ricercarsi in un fallito processo di espansione. Più nel dettaglio, la crisi del settore dell’abbigliamento portava alla chiusura di molti negozi affiliati in franchising. L’azienda si ritrovava così in default con gravi scompensi finanziari ed economici.

  Prontamente veniva attivata dall’Amministratore Unico, sempre assistito dallo studio ANP Legal – Andriulo & Partners, la procedura di concordato preventivo con continuità aziendale. La società, ammessa alla procedura concorsuale minore, cercava di risolvere la crisi impegnandosi comunque a pagare in via privilegiata il 100% del debito Erariale.

    Grazie al nuovo piano industriale i creditori (anche l’Agenzia delle Entrate per il tramite dell’agente della riscossione) votavano favorevolmente. Venivano così raggiunti i quorum previsti per legge (oltre il 60%).

  La sorte avversa, però, si accaniva contro. La richiesta del maggiore fornitore ufficiale estero del pagamento, sia del sospeso che dei nuovi ordini, di fatto portava alla sospensione delle attività produttive/distributive. Conseguentemente la società, su istanza da parte dello stesso imprenditore, veniva dichiarata fallita. Ne seguiva l’insinuazione al passivo di molti creditori.


Il reato e le sue caratteristiche.

Il reato di mancato versamento Iva è di tipo omissivo a carattere istantaneo. Esso è previsto (in Italia) dal D. Lgs. 10 Marzo 2000, nr. 74 art. 10 ter e, si realizza, nel momento del NON versamento all’Erario delle somme dovute sulla base della dichiarazione annuale che, tranne i casi di applicabilità del regime di “IVA per cassa”, è ordinariamente svincolato dall’effettiva riscossione dei corrispettivi relativi alle prestazioni effettuate.

 Il reato in esame richiede, pertanto, un dolo generico, essendo sufficiente ad integrarlo la coscienza e volontà di non versare all’Erario quanto dovuto. La prova che il PM deve fornire è semplice da raggiungere perché viene fornita dallo stesso imputato. Infatti, una volta presentata la dichiarazione annuale, il gioco è fatto.

 Dalla stessa emerge quanto è dovuto a titolo di imposta, e che deve, quindi, essere saldato o almeno contenuto non oltre la soglia di punibilità (attualmente 250.000,00 euro), entro il termine previsto – ad oggi è fissato al 27 dicembre dell’anno successivo a quello di riferimento dell’imposta. Ad esempio Iva relativa all’anno 2011 dovrà essere versata entro e non oltre il 27 dicembre 2012. Diversamente il reato si consuma ed il rinvio a giudizio è pacificoTuttavia, pur in presenza della realizzazione del reato, affinché possa dirsi escluso l’elemento soggettivo, occorre, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità,

la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili (Cass. pen., Sez. III, 5 aprile 2014, n. 1541; Cass. pen., Sez. III, 9 ottobre 2013, n. 5905).


La tesi difensiva.
    Come sostenuto dall’Avvocato Leonardo Andriulo, del foro di Taranto, nel caso di specie, l’imputato ha sempre manifestato la sua strenua volontà nel voler onorare il dovuto all’Erario e ha cercato di farlo in tutti i modi. E’ questo uno dei principali elementi che è emerso durante il dibattimento.

    Probabilmente anche quello decisivo che ha convinto il giudice ad emettere una sentenza di assoluzione. Sebbene il reato si sia effettivamente consumato, perché al momento della scadenza prevista per legge non è stato assolto il pagamento del dovuto, esistevano delle circostanze, che favorivano l’imprenditore ed hanno portato alla sua non punibilità sul piano penale.


Qual era lo scoglio da superare?

   L’orientamento giurisprudenziale italiano nega l’idoneità della mancanza di liquidità ad esonerare il sostituto d’imposta dalla responsabilità penale. Tutto ciò si basa sulla considerazione di fondo che il soggetto passivo Iva ha comunque il preciso dovere, quando riceve il pagamento di una fattura, di accantonare quanto riscosso a titolo di imposta sul valore aggiunto. Somma che andrà dallo stesso riversata, o comunque dovrà essere gestita in modo da poter sempre adempiere all’obbligo tributario. 


La prova a discarico!

    Se genericamente le considerazioni fatte sembrano fondate, spesso la realtà imprenditoriale non consente di poter effettivamente accantonare dette somme. Anzi, talvolta impone il momentaneo utilizzo delle stesse per consentire il normale esercizio dell’attività di impresa. 

Pertanto per il reato di mancato versamento IVA, se da un lato può accettarsi il principio secondo il quale la crisi economica e di liquidità non possa costituire di per sé esimente dal reato contestato, dall’altro non può negarsi che difficilmente sarà individuabile una qualche responsabilità in capo al soggetto attivo del reato, quanto meno sotto l’aspetto psicologico, allorquando tali difficoltà finanziarie non siano imputabili al contribuente che, anzi, si è adoperato attivamente ponendo in essere misure idonee a fronteggiarle senza tuttavia riuscirvi.

    La Giurisprudenza di legittimità ha registrato, all’esito di detta situazione fattuale che spesso si verifica, significative aperture volte a riconoscere alla illiquidità finanziaria efficacia scriminante sulla rilevanza penale delle omissioni tributarie.

Da valutarsi sia la imprevedibilità/inevitabilità del verificarsi dell’inadempimento fiscale quale ragione di esclusione del profilo soggettivo del reato, sia ripiegando sull’esimente della forza maggiore intesa in termini di interruzione del nesso causale.


La decisione del Giudice.

    Il Giudice Brindisino, aderendo alla tesi difensiva ed ad una giurisprudenza che sempre più si va consolidando nell’ordinamento, ha mandato assolto con formula piena l’imputato. Il Giudice ha  così motivato:

L’assenza del dolo.

se è vero, infatti, che per pacifica giurisprudenza di legittimità, le eventuali precarie condizioni economiche della società – almeno che le stesse non siano determinate da eventi eccezionali e di rilevante dimensione – non costituiscono di per sé considerate, un caso fortuito o di forza maggiore (art. 45 c.p.) come tale idonee ad escludere la punibilità o quantomeno il dolo del reato di cui all’art. 10 ter D. Lgs nr. 74 del 2000 è anche vero che, in tema di reati tributari, non può astrattamente escludersi che siano possibili casi nei quali possa invocarsi l’assenza di dolo o l’assoluta impossibilità di adempiere l’obbligazione tributaria per intervenuta crisi di liquidità, sempre che, però, vengano assolti gli oneri di allegazione che devono investire non solo l’aspetto della non imputabilità a chi abbia omesso il versamento della crisi economica, ma anche la prova che tale crisi sono sarebbe stata altrimenti fronteggiabile tramite il ricorso ad idonee misure da valutarsi in concreto, tra cui, non ultimo, il ricorso al credito bancario.

    Il Giudice di merito, attento conoscitore delle dinamiche fattuali e soggettive indica la soluzione alla questione confermando l’apertura in favore dell’imprenditore che sebbene in crisi, al fine di giovarsi dell’esimente deve dar prova della non fronteggiabilità della stessa.

La causa di forza maggiore.

Continuando nella lettura: “Come è noto, infatti, l’oggettiva impossibilità di adempiere può avere rilevanza solo se dovuta a causa di forza maggiore che, come noto, esclude la suitas della condotta e che viene tradizionalmente definita come la vis cui resisti non potest (tradotto la forza a cui non è possibile resistere). … E, dunque, poiché la forza maggiore postula la individuazione di un fatto imponderabile, imprevisto ed imprevedibile, che esula del tutto dalla condotta dell’agente, si da rendere ineluttabile il verificarsi dell’evento, non potendo ricollegarsi in alcum modo ad un’azione od omissione cosciente e volontaria dell’agente, ne consegue nei reati omissivi integra la causa di forza maggiore l’assoluta impossibilità, non la semplice difficoltà di porre in essere il comportamento omesso. Da ciò consegue che l’imputato che voglia giovarsi in concreto di tale esimente, nei termini di cui si è detto, dovrà dare prova che non gli sia stato altrimenti possibile reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni atte a consentirgli di recuperare, in presenza di una improvvisa e non consolidata crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili ”.


Le conclusioni.

   La vicenda porta a riflettere in positivo. La Giustizia attentamente valuta caso per caso. Infatti, ogni qualvolta l’imprenditore si trovi in crisi per colpe a lui non imputabili, è doveroso e giusto mandarlo assolto. Così è accaduto nel caso qui in esame e si spera che molti altri trovino la giustizia richiesta in un momento di difficoltà per tutti i comparti commerciali.

Per info e consulenze scrivi a LA@AnpLegal.Eu oppure chiama al numero di celluare +39.392.91.68.449 (anche via whatsapp)

 


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Omesso versamento iva? Le soluzioni per una sentenza di assoluzione.

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Abstract: omesso (mancato) versamento IVA e le soluzioni in caso di incriminazione da parte della procura. Perché si può giungere ad una sentenza di assoluzione.


avvocato andriulo leonardo

Avv. Leonardo Andriulo esperto in contenzioso penale/tributario

    La crisi, si sa, ha mietuto le sue vittime. Mi rattrista il pensiero di quanti imprenditori, investiti da questo maremoto, vorrebbero ripartire ma non possono farlo per i risvolti del loro fallimento imprenditoriale: tanto per via delle contestazioni a mezzo ruolo, quanto per questioni di natura penale per il reato omissivo di omesso (mancato) versamento iva. Lungi da me  non voler ammettere che esiste pure chi in tutto questo marasma ne ha approfittato. Ironicamente mi vien da dire: “Il mondo è bello perché é vario”!

Pensando ad un mio cliente, con cui siamo alle prese con una contestazione di omesso versamento Iva, ho creduto potesse essere utile condividere in questo post alcune riflessioni maturate in materia di reati tributari e le soluzioni alle problematiche legate al Decreto Legislativo del 10/03/2000 n° 74 all’art. 10 ter – omesso versamento Iva. Soluzioni dettate dalla giurisprudenza che hanno portato alla  assoluzione.

In caso di esito positivo del processo penale, evidentissimi sono i benefici sociali e psicologici per quanti sono sotto “torchio”. Il tutto, naturalmente, a beneficio di quella classe imprenditoriale – quella sana intendo – desiderosa di voler ripartire e rilanciare l’attività, ma che è scoraggiata da una situazione di contorno squalificante. Non ho l’ardire di pensare che questo post possa essere esaustivo sull’argomento, cercherò però sinteticamente di dare delle risposte alle domande più frequenti.


Cosa dispone la norma?

"“E’ punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a euro duecentocinquantamila per ciascun periodo d’imposta.“"


Omesso versamento quando?


iva_tributiSpesso mi viene chiesto: “qual è il momento in cui si consuma il reato di omesso (mancato) versamento iva ex art. 10 ter? Chi si occupa di impresa sa bene che l’iva viene pagata in maniera successiva rispetto al periodo di riferimento. Per rispondere alla domanda, quindi, bisogna richiamare l’art 6, comma 2 della legge del 29.12.1990, numero 405 che disciplina “gli acconti iva”.  

L’art. 6, comma 2, stabilisce che l’acconto IVA va versato entro il giorno 27 del mese di dicembre.

" Pertanto, per la consumazione del reato non è sufficiente un qualsiasi ritardo nel versamento rispetto alle scadenze previste, ma occorre che l’omissione del versamento dell’imposta dovuta in base alla dichiarazione si protragga fino al 27 dicembre dell’anno successivo, al periodo d’imposta di riferimento. "

  
Esempio pratico: Un imprenditore nel corso del 2012 ha omesso, come risulta dalla dichiarazione IVA presentata , di versare l’IVA per importi superiori a 250.000 euro; è possibile sapere quando “scatta” l’ipotesi delittuosa?
Risposta: Il reato si perfezionerà quando il contribuente non verserà, entro il 27 dicembre 2013 il debito IVA risultante dalla dichiarazione relativa all’anno 2012La norma in commento è entrata in vigore il 4 luglio 2006 e il delitto si perfeziona alla data del 27 dicembre di ciascun anno per l’IVA relativa alla dichiarazione dell’anno precedente; il reato ex art. 10-ter è da considerarsi un reato proprio in quanto quando la formulazione della norma parla di “chiunque” è riferito ovviamente ai soggetti iva, imprenditore e lavoratori autonomi, che effettuano le cessioni di beni e le prestazioni di servizi per le quali è dovuta l’imposta. Pare ovvio che ci si riferisca anche alle società e agli enti, per i quali risponde il legale rappresentante.

Quale tipo di dolo è richiesto per il mancato versamento iva?


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omesso (mancato) versamento iva – le soluzioni

Il reato omissivo, a carattere istantaneo è punito a titolo di dolo generico. Per quanti fossero a digiuno della materia penale si chiarisce che “Perché si concretizzi la consumazione del reato sono necessari tanto la coscienza, quanto la volontà di non versare all’Erario le somme a debito nel periodo considerato. La prova del “dolo” la si ritrova nella presentazione della dichiarazione annuale. Dalla stessa risulta quanto è dovuto a titolo di imposta, e che deve, quindi, essere pagato. Altra domanda fatidica: “Come faccio a dimostrare che volevo pagare ma non potevo?

Affinché possa dirsi escluso l’elemento soggettivo del reato, occorre, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili. Così Cass. pen., Sez. III, 5 aprile 2014, n. 1541; Cass. pen., Sez. III, 9 ottobre 2013, n. 5905.


Verifica della Guardia di Finanza e dell’Ufficio delle Entrate – Cosa fare se ci contestano l’omesso versamento Iva?


l'occasione fa l'uomo ladroCome abbiamo detto prima a dicembre (il giorno 27) si deve versare il saldo relativo all’anno precedente. L’Ufficio delle Entrate, di solito, già subito dopo detta scadenza (a fine anno) verifica i versamenti. A seguito di detti controlli, qualora riscontri difformità con quanto in dichiarazione, procede a verifica diretta in azienda. In caso di accertamento del mancato versamento viene contestato il reato di cui si parla. Cosa fare nell’immediato? Ebbene sin da subito, fermo restando l’ausilio indispensabile di un avvocato, cercare di motivare il perché del mancato versamento.

Si segnalano alcune massime di interesse sull’argomento:

“L’omesso versamento dell’i.v.a. è un reato a dolo generico laddove non è prevista nella fattispecie la finalità dell’evasione, restando onere della difesa dimostrare la non imputabilità al contribuente della crisi di liquidità che ha impedito il versamento. (Nel caso di specie, la difesa non aveva dimostrato le cause che avevano dato luogo alla crisi finanziaria non documentando l’importo dei crediti vantati nei confronti di terzi e della p.a. e il tentativo del recupero di tali crediti)”. Così Tribunale Terni, 10/05/2016,  n. 624.

“Il reato previsto dall’art. 10 -ter del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, presuppone che il debito IVA risulti dalla dichiarazione del contribuente e, pertanto, la fattispecie non è integrata qualora nella stessa dichiarazione sia esposto un credito tributario”. Così Cassazione penale, sez. III, 21/04/2016,  n. 38487.


Quando matura la prescrizione del reato di omesso versamento Iva?


dichiarazione-ivaIl D.Lgs. n. 158 del 2015 ha modificato in modo importante la disciplina dei reati tributari prevista dal D.Lgs. n. 74/2000. Tuttavia la novella ha lasciato invece invariati i termini di prescrizione degli stessi reati. In particolare, per quanto concerne i reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, dichiarazione omessa o infedele, occultamento e distruzione delle scritture contabili ed emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, se commessi a decorrere dal 17 settembre 2011 si prescrivono in 8 anni. Rimane invece stabilita in 6 anni la prescrizione dei reati di omesso versamento delle ritenute, omesso versamento IVA, indebita compensazione e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

Ciò detto, quindi, il decreto non prevede disposizioni specifiche, limitandosi ad integrare con l’art. 17, l’art. 160 c.p. che disciplina l’interruzione del corso della prescrizione stessa. Pertanto, occorre rinviare all’art. 157 c.p. secondo il quale, per tutte le tipologie di reato, la prescrizione si realizza quando è decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e, comunque, un tempo non inferiore a 6 anni se si tratta di un delitto.

Alla luce del fatto che i reati tributari (come l’omesso versamento iva) sono tutti delittuosi, essi si prescrivono tutti in 6 anni. Tuttavia, bisogna rammentare che l’art. 17, comma 1-bis (aggiunto dall’art. 2, comma 36-vices semel, lettera l, D.L. n. 138/2011) stabilisce che i termini di prescrizione per i delitti indicati dagli articoli da 2 a 10 del D.Lgs. n. 74/2000 sono elevati di 1/3. Tale previsione trova applicazione per i reati commessi a decorrere dal 17 settembre 2011. Il termine di prescrizione, essendo prevista per il reato in questione la pena massima di 2 anni, è di 6 anni ai sensi e per gli effetti dell’art. 157 c.p., prorogabile, in caso di interruzione, a 7 anni e 6 mesi a norma degli artt. 160 e 161 c.p..
 
Si cita una massima ultima, che si ritiene di interesse sulla possibilità di applicazione della prescrizione.

“In tema di prescrizione del reato di evasione dell’IVA se non risulti grave e commesso senza frode può applicarsi l’estinzione del reato senza violare l’art. 325 paragrafi 1 e 2 ,TFUE. (Nel caso di specie, si trattava di un omesso versamento dell’IVA per Euro 333.610,00)”. così Tribunale Como, 13/07/2016,  n. 1599.

 

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